Bello, questo romanzo, tragico e icastico che affida al sontuoso controllo della scrittura la sua forza e la sua verità.
di Piero Selva
Siamo in Sicilia… E qui scatta subito un campanello d’allarme. Ancora una volta una storia “alla Camilleri”, con uso e abuso del dialetto, con clichè di ogni genere, spesso ripetitivi, con la sicilianità sparsa a piene mani, grassa e impegnativa come un cannolo? “Le maleparole” Kowalski Editore. No, questa volta abbiamo un autore Salvo Scibilia - “Le maleparole” Kowalski Editore -nato a Catania ma milanese d’adozione, che ha saputo narrare con elegante controllo una vicenda, certo, siciliana degli anni Sessanta, ma senza folclore, usando solo le arti della scrittura consapevole di sé e della sua forza intrinseca. E’ come se Salvo Scibilia, famoso pubblicitario milanese, fosse riuscito a depurare il suo humus isolano e i probabili anni della sua infanzia siciliana, prendendo l’essenza di quel periodo, dei suoi profumi, della sua sotterranea ambiguità e violenza, dei suoi personaggi. Ma senza eccedere. Non siamo nel turbinoso e classico Teatrino dei Pupi, siamo in una storia che trasforma quei luoghi così “tipici”in un racconto di corpi e di parole che vola alto.
Il protagonista, Ferdinando Astuti, è praticante presso lo studio dell’avvocato Rollo, un trafficone che si è messo in politica e, come si vedrà, molto pericoloso. Ferdinando è all’inizio della sua carriera e della sua vita. Potrebbe fare molte scelte ma è pur sempre figlio di quella società degli anni Sessanta, asfittica e ancora incerta, stretta fra una politica compromessa e le voglie di un potere e dei suoi legami con una tradizione spesso mafiosa, ma ancora nascosta, o per lo meno, prudente nell’agire. E così il nostro protagonista fa scelte che anche se vogliono essere oneste, rispecchiano quel mondo. Scrive i testi dei discorsi politici dell’avvocato Rollo, anche se non crede in quelle idee. Però ha anche bisogno di soldi per sposare la bella e candida Angela, una ragazza timorata di Dio, delle tradizioni e del matrimonio con l’Abito Bianco. Entra in scena Ignazio Patané, maturo proprietario terriero che si è messo in testa di far scrivere a Ferdinando la storia della sua vita. Fra i due inizia un sodalizio quasi pirandelliano dove verità e finzione più che lottare fra loro, cercano di arrivare ai nodi più intricati della vita, ad una specie di “cognizione del dolore”.
Patané ha tanti segreti da narrare e lo fa nella sua masseria, fra il profumo della zagara, gli agrumeti e quella terra così generosa ma anche impietosa come un destino incontrollabile. Patané racconta, mentre versa a Ferdinando in amabili bicchierini, il dolce e veritiero vino Zibibbo. Sono storie che affondano nell’epoca fascista, nell’amicizia giovanile con Rallo, nella sua fuga in Argentina, nel suo ritorno, nel cinismo di quegli anni. E’ Rallo l’obiettivo e la vendetta di Patané, l’ex amico con cui aveva sognato la rivoluzione e l’anarchia. Ora Rallo è un uomo di potere, amico di tutti, anche dei mafiosi. Mentre Patané vuole ritrovare il bandolo della sua vita che si è arenata in quella masseria dei ricordi. Solo la sua biografia potrà ridargli il senso dei suoi anni buttati al vento e all’utopia. Ma qualcosa di terribile sta aspettando Ferdinando, l’inconsapevole vittima che ha scelto di non scegliere.
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