| 21 giugno 2008 | Permalink |
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Crisi dell’editoria libraria americana. La colpa è delle Università. |
Venerdì 20.06.2008 16:00
C’è aria di crisi nelle grandi case editrici americane multimediali e proprietarie di colossali catene librarie, ma anche questa volta sarebbe riduttivo imputare la responsabilità a Internet. Internet è più amico che nemico dei libri.
Ciò che mostra la corda è invece la filosofia aziendale che ha pervaso lungamente il mondo editoriale, per cui il libro è stato considerato alla stregua di un qualunque altro prodotto, da lanciare con massicce campagne di marketing, supportate da una strategia multimediale. In realtà l’oggetto libro è un media complesso, il suo consumo risponde a una logica diversa da quella di tutti gli altri beni, anche quelli culturali, come film o musica, una logica che schiude al pensiero sempre nuovi orizzonti e dove la ragione, traendo alimento dai sentimenti e dalle passioni, offre « la possibilità di entrare in rapporto con noi stessi per dare vita a cose nuove», come scrive Lindsay Waters nel suo acuto pamphlet ( Enemies of Promise. Publishing,Perishing and the Eclipse of Scholarship, Prickly Paradigm Press)
Si tratta di un duro atto d’accusa contro l’editoria universitaria la vera responsabile dal cui malessere – segno premonitore della crisi più generale dell’editoria - l’autore ha tratto spunto per la spietata analisi di una defaillance culturale che, tracimando dagli atenei, rischia di aprire ai barbari la porte della società statunitense.
Una tesi che ha avuto larga eco perché Lindsay Waters non è certo il primo venuto, in vena di épater le bourgeois, ma il direttore editoriale della Harvard University Press per la sezione delle discipline umanistiche e molto attento a quanto viene prodotto non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, in quanto ha pubblicato autori come Walter Benjamin, Gilles Deleuze, Felix Guattari, Italo Calvino o Roberto Calasso.
Negli Stati Uniti diversamente da quanto accade in quasi tutti i paesi europei, la maggior parte delle ricerche nel campo delle scienze umane e sociali e della critica letteraria e artistica, sono pubblicate da una vasta e influente rete di case editrici universitarie. Ovviamente godono di grande prestigio quelle degli atenei più famosi, come Harvard, Columbia, Yale o Princeton, che con il proprio marchio garantiscono, o dovrebbero garantire, la qualità dei lavori, favorendo in tal modo la carriera universitaria dei loro autori.
Per questo si è verificata una vera e propria sovrapproduzione editoriale, in base al cinico motto diffuso nel mondo universitario americano “publish or perish” ( ripreso nel titolo del libro ), cioè per sopravvivere bisogna pubblicare il più possibile, indipendentemente dal valore di ciò che viene editato. Questo clima ha fatto sì che la massa di libri prodotti sia aumentata vertiginosamente a partire dagli anni 1960, con il risultato che la loro qualità è progressivamente peggiorata .« Una montagna di libri che non piacciono a nessuno e che nessuno legge» scrive Waters che aggiunge « quando i libri non sono più dei media complessi, ma semplici oggetti da quantificare, ne consegue che tutto ciò che è oggetto di studio delle discipline umanistiche, perde valore», motivo per cui mentre trent’anni fa la vendita media minima era di 1.250 copie, oggi è scesa a 275.
È stato progressivamente disatteso il principio per cui «L’insegnamento universitario non è un lavoro qualsiasi, ma una vocazione», accentuando l’impoverimento culturale.
L’influenza delle Università nel settore librario risale alla Seconda Guerra mondiale, quando importanti atenei vennero arruolati per lo sforzo bellico e di fatto controllati dall’Ufficio della Ricerca e dello Sviluppo Scientifico, creato nel 1941 e promotore del Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica. Gli enormi finanziamenti statali indussero «la perversione dell’università» dove si moltiplicò un apparato per la raccolta e la gestione dei fondi erogati dalle diverse agenzie governative. Al termine del conflitto, questa burocrazia assunse via, via un potere sproporzionato, mentre molti atenei passavano di fatto al servizio delle grandi corporation, i cui manager di alto livello provenivano spesso proprio dalle Forze armate. Stava nascendo il «complesso militare industriale», che, al di là della demonizzazione priva di capacità di analisi delle sinistre europee e da ambienti liberal, avrebbe contribuito non poco a peggiorare il volto delle Università americane, sempre meno luoghi della ricerca critica e disinteressata, e sempre più aziende che operano sul mercato, ma, continua Waters : «Il cosiddetto libero mercato è un concetto incapace di fornire un modello per la libera circolazione delle idee».
La commercializzazione del sapere, la strumentalizzazione manageriale degli studi, la mercificazione dell’insegnamento superiore, hanno profondamente alterato il rapporto con la conoscenza, la teoria e la ricerca, e, scrive ancora Waters: «lasciando ai mercanti il controllo del tempio, abbiamo consentito a coloro che vogliono svuotare di senso e profanare quanto c’è di buono nei nostri libri e nelle nostre pubblicazioni, di occupare posizioni di forza in diversi settori».
Un caso clamoroso, e a un tempo esilarante, di questa devastante fenomenologia si registrò nel 1996, quando il professore di fisica dell’Università di New York, Alan Sokal riuscì a farsi pubblicare dalla rivista postmoderna di cultural studies “Social Text”, un articolo completamente privo di senso intitolato :«Violare le frontiere: verso un’ermeneutica trasformatrice della gravitazione quantica». |
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| 16 giugno 2008 | Permalink |
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| Pubblicità/ I giornali? Si stanno suicidando, non li uccide internet. |
di F. Lupetti
Lunedí 16.06.2008 14:32
www.affariitaliani.it
Non vi capisco. Sono apparsi i dati dell’Upa, le aziende che fanno pubblicità, e parlate del presente come se fosse già il futuro. Tutto è internet .
Fate apologia del tempo futuro senza avere la posizione giusta, quella rivoluzionaria dei comunardi parigini che sparavano agli orologi per fermare la proprietà del tempo.
Dettare un altro tempo, ecco l’atteggiamento rivoluzionario e innovativo .
Internet può dettare il suo tempo.
Per voi internet è come un vampiro che succhia il sangue delle sue vittime, le uccide e le trasforma in altri vampiri. Internet non uccide i giornali perché fa come loro informazione, ma obbligherà e piegherà tutti i media, compresi i giornali, alla sua logica di gratuità perché Internet interpreta meglio di ogni altro media la sua funzione nei confronti della pubblicità. Può vivere di pubblicità perché è organicamente adatto ad essa in perfetta sintonia con l’essere un sistema aperto che in termini qualitativi vuol dire libero, verso uomini liberi.
La stessa cosa vale per la pubblicità. Aumenta la share della pubblicità su internet che raggiunge il 6,3 per cento del totale investimenti, con una crescita a ritmo del 30 per cento annuo e allora l’internettiano dice: tutta la pubblicità sarà di internet.
Non è così, perché la pubblicità non è una torta dove chi si mangia le fette più grandi lascia all’asciutto gli altri. La pubblicità non è una spesa per le imprese, è un investimento e come tale può crescere, espandersi. Infatti complessivamente è cresciuta del 3,4 per cento in modo superiore al Pil. La pubblicità non è una torta-che fu una invenzione dei politici per finanziare i giornali- perché la sua dinamica di sviluppo dipende dalla connessione stretta fra l’andamento dei consumi e dell’economia e l’esposizione e attrazione del pubblico da parte dei diversi mezzi stampa, televisione, internet, affissione, radio. Internet cresce perché aumenta la sua offerta come media. E’competitivo in rapporto alla domanda di merci e servizi attraverso i media, così come aumenta il tempo di connessione in assoluto e degli accessi.
La pubblicità complessivamente può crescere e internet ancora di più anche perché vi è molteplicità di esposizione al media, cioè una persona può leggere il giornale e al tempo stesso nell’arco della giornata stare su Internet e magari facendo jogging ascoltare la radio ed essere esposto alla pubblicità delle affissioni. L’evoluzione degli stili di vita è determinante nella dinamica di sviluppo dei media. Solo così si spiega che mentre vi è uno sviluppo esponenziale della pubblicità su internet non c’è una caduta, o un crollo, ma addirittura un leggero incremento della pubblicità su altri media, quotidiani più 2,1 per cento,più 1 per cento dei periodici, più 1,6 per la televisione su un totale di 10, 6 miliardi di euro.
La questione davvero interessante è invece questa: se aumenta lo spazio a disposizione della pubblicità della carta stampata del 10 per cento e l’incremento in termini monetari è del 1,5 per cento vuol dire che c’è stata una caduta del prezzo della pubblicità sui giornali, una perdita di valore che significa una mutata relazione nei rapporti di forza del mezzo con il mercato. Questo è un vero problema dei giornali. non certo che la pubblicità su internet uccide quella sui giornali.
Internet non c’entra nulla con i giornali, il suo format pubblicitario è di tipo televisivo. Metti la tua pubblicità su internet in certe ore del giorno e vai alla conquista del prime-time come in televisione e la paghi più o meno a caro prezzo secondo la sua collocazione di tempo-contenuto.
Veniamo infine alla caduta progressiva del Gruppo Rcs, che non è opera di internet.
In realtà tutti i grandi gruppi editoriali sono multimediali e quindi sono su internet. Se aumenta il flusso pubblicitario su internet sono anche loro in grado, teoricamente, di intercettarlo. Il punto è che non ne sono capaci perché internet non è una estensione, come loro pensano, è una rivoluzione. Non è una tecnologia che si compra e si mette al lavoro da sola. Internet implica un salto culturale e di mentalità nelle logiche interne alla multimedialità. Non è solo un modo di produzione ma di comunicazione, un modo di relazione con un globalità che comprende il pubblico come nuovo soggetto sociale. Guardando al futuro, una relazione necessaria della conoscenza e dei saperi con lo sviluppo del capitalismo cognitivo. Se Rcs non capisce che deve dare spazio e potere di direzione a chi di questa rivoluzione è protagonista e ne capisce strategicamente, ci vuole ben altro che il tecnicismo, troverà nei suoi limiti di intelligenza e coraggio le ragioni del suo declino. Non in internet.
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| 13 giugno 2008 | Permalink |
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Due opposizioni: comunicazione istituzionale vs comunicazione politica, comunicazione vs informazione. |
13.06.2008 15:00
di Angelo De Vivo
(Laureato all'Università di Bologna in Tecniche del linguaggio radio-tv, specializzato all’Università Cattolica di Milano in Comunicazioni Sociali, giornalista professionista dal 1994, attualmente è il responsabile dell'ufficio per i coordinamento della comunicazione istituzionale della Provincia di Milano. Ha curato nel 2004 il libro "Una amministrazione che pensa" per i tipi dell’Editore Lupetti)
Mario Perniola, filosofo e studioso della modernità, dà della comunicazione una visione apocalittica definendola come “nemica delle idee” e capace di “dissolvere tutti i contenuti”. Sarebbe, come dice Giorgio Agamben in un fulminante libricino, il “dispositivo” per eccellenza, capace di catturare e controllare opinioni e discorsi. Queste idee si legano, a mio parere, ad un concetto “mercantile” della comunicazione, e hanno a che fare con una comunicazione il cui scopo è convincere, manipolare, vendere. Questa comunicazione è parente della propaganda politica, prospera sia nei regimi totalitari, dove appare grossolana ma non lo è affatto, sia nelle democrazie, cosiddette oggi “pubblicitarie”. Ma al di là dell’aspetto filosofico e politico, colpisce in questi approcci, diffusi tralaltro in varie forme in parecchia pubblicistica contemporanea, la totale convinzione che la comunicazione stia insomma più dalle parti di Goebbles, che di Voltaire.
In questi ultimi tempi si sta assistendo nelle organizzazioni pubbliche a un doppio fenomeno: da un parte, un progressivo annichilimento della comunicazione istituzionale a favore della comunicazione politica; dall’altra, a una sovrapposizione tra il piano dell’informazione e quello della comunicazione. I due fenomeni sono, a pensarci bene, interdipendenti e reciprocamente causati. La personalizzazione politica ha prodotto una concezione della comunicazione tutta legata al candidato, al personaggio del momento, identificato con l’amministrazione che di volta in volta presiede. In questo scenario l’ente scompare dietro la persona, la struttura dietro la funzione. Questo provoca la flessione della comunicazione legata all’istituzione a vantaggio di quella legata al personaggio. Forte è l’accentuazione di questo tratto nelle amministrazioni locali, di prossimità.
La legge 150 aveva, tra i suoi meriti, quello di aver nettamente distinto le attività di informazione da quelle di comunicazione. Identificando mezzi, strutture e funzioni differenti per ciascuna di esse, con una precisione e una profondità che la diceva lunga sulla “necessità” di distinzione. Addirittura, rafforzando ancora di più la differenziazione delle funzioni tra le due aree, introduceva una figura, quella del portavoce, della quale non si sentiva alcun bisogno.
La realtà sul campo ci dice invece che spesso le due funzioni, comunicazione e informazione, si sovrappongono, o vengono confuse, alimentando un circolo vizioso di cattive pratiche che toglie alle attività di comunicazione risorse e strumenti. Mi è capitato di fare il commissario in alcuni concorsi e quando si chiede ai giovani, magari laureati in Scienza della comunicazione, di specificare, a loro giudizio, le differenze tra le due attività, ci si imbatte spesso in questa confusione, alimentata anche dai media, che fanno della comunicazione e dell’informazione dei sinonimi intercambiabili.
Comunicazione e informazione hanno un solo tratto in comune: i cittadini. Fare informazione è però seguire una strada di sola andata; fare comunicazione invece, vuol dire prendere un biglietto di andata e ritorno.
Sintomatici allora i casi delle proteste delle comunità locali ogni volta che si tratta di assegnare il tracciato di una grande opera infrastrutturale, o di decidere interventi territoriali molto incisivi. La prevalenza del cosiddetto Nimby ci dice che laddove una buona comunicazione non si è dispiegata è arduo riuscire a trovare accordi e soluzioni. Perché non bastano solo la promozione e la pubblicità, servono condivisone e spiegazione. Si deve “costruire” il terreno comune e starci tutti assieme. La comunicazione delle istituzioni non può più presentarsi con la “verità in tasca”: non deve cartesianamente “dimostrare”, ma essere “argomentazione”, perché è in quest’ultima che possiamo tenere dentro, includere, i cittadini.
All’idea della comunicazione come “argomentazione” vorrei collegare una breve riflessione sulle nuove tecnologie, da anni considerate, e giustamente, come un approdo salvifico, non solo per la PA. Il fatto che il nostro paese sia agli ultimi posti in tutte le graduatorie dovrebbe indurre a comprendere che il problema di fondo è quello che definirei della “mancata scelta tecnologica”. Se meno di un italiano su due naviga in rete (fonte: Banca Mondiale 2008); se solo il 36,7 possiede un pc (fonte: Banca Mondiale 2008); se oltre 3000 comuni non hanno accesso all’ADSL (fonte: Eurostat 2005); se i costi, per la PA, in materia di licenze ammontano a centinaia di milioni di euro l’anno nonostante il software cosiddetto open free sia oramai dappertutto; allora di cosa parliamo quando discutiamo di e-gov, e-democracy, di web 2.0? Possiamo “fare inclusione” in questo stato? È come pretendere da uno studente l’analisi logica senza che prima gli sia stato insegnato il lessico.
Sulla formazione, se mi guardo intorno, da una parte, constato che la spinta del Dlg. 422/01, nato con buone intenzioni, di fatto ha chiuso le porte all’immissione di “forze fresche” tra gli organici addetti alla comunicazione nelle istituzioni. Dall’altra, la fioritura di decine di corsi di laurea con la comunicazione come tema, mi porta a pensare che a grande domanda corrisponde grande risposta. Diciamoci la verità, la materia è affascinante agli occhi dei giovani e contro il desiderio non si può nulla. Curiosamente, quando un neolaureato si presenta da noi per uno stage e scopre le leggi, i regolamenti, le determine, ci resta sempre male. Lui si aspetta creatività e contatti con i media, e spesso si ritrova a lottare con il Bilancio, il Peg e i commi dei regolamenti sugli affidamenti e le procedure (quanti sanno che c’è una legge anche per individuare i criteri con i quali invitare le ditte cui assegnare l’eventuale realizzazione di campagne di comunicazione, il Dpr 403/2001). Il risveglio dai bei sogni è sempre doloroso.
Per quanto riguarda invece l’aspetto contrattuale, forse un po’ troppo ridotto a pratica sindacale, vorrei citare qui l’Adynaton. L’Adynaton è una figura retorica antichissima il cui esempio migliore è nel Vangelo, quando Cristo parla del cammello e della cruna dell’ago: per evidenziare l’improbabilità di un evento, si sostiene la probabilità che invece ne accada uno altrettanto impossibile. Ecco, allora direi: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che ai comunicatori vengano riconosciuti contratti (e soldi, perché di questo si tratta) speciali.
Per i giornalisti invece, dipende dalla forza della loro lobby (non poca) e soprattutto dai soldi disponibili nei diversi enti (non molti). Personalmente sono contrario al riconoscimento di statuti particolari e, sebbene consapevole della specificità del lavoro, non credo che questo giustifichi in alcun modo speciali salari e contratti.
Italo Calvino in “Lezioni americane”, concludendo il capitolo/conferenza sul tema “Leggerezza”, a proposito dell’uso delle parole scrive: “l’uso della parola, come la intendo io, (è un) inseguimento perpetuo delle cose, adeguamento alla loro varietà infinita”.
Parafrasando, questo potrebbe essere il ruolo della comunicazione nelle istituzioni pubbliche, laddove i verbi inseguire e adeguare stanno a significare; “ascoltare” e “spiegare”.
Allora potremmo dire: la comunicazione, per come l’intendo io, è un ascolto perpetuo delle cose ,spiegandone la loro varietà infinita. |
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| 05 giugno 2008 | Permalink |
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| Affaritaliani :Internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione. I giornali? Presto saranno gratuiti |
05.06.2008 15:00
Di Luca Vaglio
www.affaritaliani.it
"Oggi la percezione della realtà è cambiata, si è spostata . A voler essere un po' provocatori si può dire che viviamo un'assenza della realtà, a favore dei campi della comunicazione e dell'immaginazione. Si veda il caso della crisi dei subprime. E' stata la comunicazione a farla da padrone. Le crisi economiche esistono e sono percepite perchè vengono comunicate dai mezzi di informazione , solo in un secondo momento subentra la realtà e prendono forma i dati reali".
A parlare è Fausto Lupetti, editore da oltre 20 anni attivo nel campo della comunicazione , che ha deciso di spostare la sua attività da Milano e Bologna e di dare
un'attenzione particolare alle trasformazioni in atto nel mondo dei media.
Come è cambiata nel tempo la sua attività di editore?
"Iniziando a metà degli anni '80, sono stato il primo in Italia a pubblicare libri dedicati alla pubblicità e soprattutto a gettare un ponte tra quest'ultima e il mondo della cultura. Oggi le cose sono cambiate perchè la pubblicità è solo una parte, un frammento dell'universo vastissimo della comunicazione, che è fatta di tante cose: dall'advertising a internet, dagli eventi alle relazioni sempre più interconnesse tra le persone".
A 22 anni di distanza c'è qualcosa di nuovo nel suo mestiere?
"Beh da un lato non posso tradire la mia storia. Nasco come editore di comunicazione e a quel campo resto legato. Cosa penserebbe lei se un editore come Feltrinelli si mettesse da un giorno all'altro a sfornare romanzetti sentimentali? Sarebbe come minimo sorpreso, spiazzato. Però, non voglio farmi scavalcare dal cambiamento, dalle nuove forme che la comunicazione sta assumendo".
Come si fa oggi a essere un buon editore di comunicazione?
"Bisogna capire il senso della trasformazione e trovare gli autori che sappiano illustrarla. Internet è stata il motore della rivoluzione perchè è un ambiente aperto, che non si può circoscrivere, e soprattutto perché è uno spazio gratuito. E questo costringerà tutti gli altri media a diventare gratuiti. Come si fa a continuare a comprare il giornale in edicola se on line si trova tutto gratis?" .
E le pay tv? Diventeranno free anche quelle?
"Credo proprio di sì. Basta che, come del resto è già avvenuto, in un sito cinese si vedano le partite e l'ostacolo della tv a pagamento è aggirato. E poi c'è un'altra novità, che in questi anni si è imposta con forza sempre maggiore".
Quale?
"La realtà è creata dalla comunicazione. E questo avviene in tutti i campi, dall'economia alla politica. I politici non fanno le cose, si limitano a dire di voler fare delle cose o come vogliono farle e questo ha già un potere creatore sulla realtà.
Il caso Obama è emblematico in questo senso
"Certamente. E, poi, altro esempio,di utilizzo della comunicazione, è stata la strategia di Berlusconi sul caso rifiuti. Si è evitato di comunicare i siti di smaltimento perchè altrimenti la gente avrebbe protestato e ci sarebbero stati problemi. Quindi si è scelto di risolvere il caso dei rifiuti attraverso la comunicazione o meglio, in questo caso, con la non comunicazione . E, ovviamente, chi ha compreso bene questi meccanismi riesce a essere leader nel suo settore".
In questi anni in Italia sono sorte numerose facoltà di Scienze della Comunicazione? Il sistema sembra aver preso coscienza dell'importanza dei media
"Senza dubbio. Si sfornano numerosi professionisti della comunicazione: grafici, art director, pubblicitari... uomini marketing, perché il mercato li richiede. Ma ancora non possiamo vantare un'eccellenza universitaria, dove si produce un pensiero alto e filosoficamente importante".
Può citare una campagna pubblicitaria riuscita?
"Ricordo quella di Telecom Italia con Ghandi come figura protagonista. Fu un'iniziativa interessante, sia pure di natura ideologica, ma che voleva significare: io Telecom veicolo un'informazione globale, che trasmette dei valori che migliorano l'umanità".
E una pubblicità che non le è piaciuta?
"Quella di Dolce & Gabbana, con i corpi nudi che mimano rapporti sessuali aggressivi e violenti. Qui in un certo senso si rappresenta lo "stupro di lusso". E' una comunicazione troppo diretta, che fa passare l'ideologia personale dei committenti senza alcuna mediazione culturale. E a questo che servono i comunicatori bravi, capaci di mediare tra il cliente e il mercato. Altrimenti si fa una pubblicità di bassa qualità, troppo ideologica e banale, che va sbattere contro il muro".
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| 05 giugno 2008 | Permalink |
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| Letture |
Le stade Dubaï du capitalisme, ed. Les Prairies ordinaires, Paris 2008
comprende due parti: la traduzione del testo dell’americano Mark Davis e l’intervento del francese François Cusset intitolato Questions pour un retour de Dubaï .
Dubai vecchio villaggio di pescatori, ma anche rifugio di pirati, contrabbandieri e trafficanti d’oro, è diventato in meno di 20 anni una metropoli di livello mondiale, con 600 grattacieli, tra cui quello più alto del mondo, decine di immensi centri commerciali che si prevede accoglieranno nel 2010, oltre 15 milioni di visitatori stranieri, tre volte di più di quelli di New York. L’obiettivo è quello di far diventare Dubai il super-paradiso del consumismo per il Medio Oriente e il Sudest asiatico, un “mercato interno” di 1,6 miliardi di clienti. Già oggi ogni, per un mese a partire dal 12 gennaio, si svolge il Festival dello Shopping che attira almeno 4 milioni di consumatori dal reddito elevato. Dubai potrebbe rappresentare uno stadio nuovo dell’ipercapitalismo, ancora sconosciuto in Europa: un sistema più ludico, generalizzando il settore del divertimento e quello del consumismo, ma anche più violento, con uno sfruttamento schiavistico della manodopera che giunge da tutta l’Asia, e una “politica della paura” alimentata dai conflitti che si svolgono sull’altro versante del Golfo persico. Una società senza classe media e vita sociale, Dubai rappresenta secondo Cusset “il risultato e il progetto dell’attuale modo di produzione (…) In tutti i suoi aspetti, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto del divertimento , Dubai è il modello esistente della vita socialmente dominante”. |
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