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19 marzo 2009 | Permalink
Leopardi e la cucina
di Lorena Gallina

Chi l'avrebbe mai detto che il grande poeta Giacomo Leopardi fosse in realtà una buona forchetta? Lo testimonia un volume dal titolo "Leopardi a tavola" donato alla Biblioteca accademica da Luciano Garzelli, Vice-Delegato del Principato di Monaco. L'opera, curata da Domenico Pasquariello in collaborazione con lo chef Antonio Tubelli, entrambi cultori della cucina napoletana, scaturisce dalla coperta di un ritaglio di carta, conservato presso la Biblioteca nazionale di Napoli, in cui è stata riconosciuta la scrittura minuta e.nrecìsadel poeta. Si tratta di una lista di 49 piatti gustati da Leopardi a Napoli, città in cui si trasferì nel 1833 e dove trascorse gli ultimi anni della sua vita (vi morì nel 1837).

Figura di rilievo nell'opera è il cuoco Pasquale Ignarra, responsabile della cucina nelle dimore napoletane del poeta, nelle quali visse in compagnia dell'amico esule Antonio Ranieri. Lo stesso Ignarra, artefice delle pietanze della lista leopardìana, era a ua volta patriota ed esule politico. La complicità di gusto tra Ignarra e il poeta si percepisce nella narrazione, suddivisa secondo le stagioni, accompagnate da piatti realizzati con i prodotti tipici del periodo. Interessante il rapporto personale tra un Leopardi fisicamente ritemprato dal clima mite e dall'estrema vitalità di Napoli e il cuoco di casa, premuroso nella preparazione dei piatti amati dal poeta e nella cura della cucina e delle provviste. Il volume è anche l'occasione per riscoprire, insieme al poeta e al suo cuoco i molti riti e le abitudini gastronomiche partenopee. Ignarra era un "monsù". In primavera, stagione della Pasqua, la città si anima di un'aria di festa e riprendono le attività anche nelle cucine, fino a quel momento ligie alle regole della Quaresima. Il pranzo pasquale in casa Leopardi prevedeva sformato di zucca, timpano di tagliatelle con basilico e piselli e uno stufatino napoletano con patate arrosto, che il "monsù” Ignarra prepara con i pezzi di carne più nobili dal filetto di maiale al muscolo di vitello alla salsiccetta, e per concludere un sorbetto al limone.

In maggio Ranieri, Leopardi e la s0rella Paolina si trasferirono nella villa di Torre del Greco, ai piedi del Vesuvio per respirare aria migliore. Gli autori dedicano ampio spazio alla descrizione della cucina nella nuova dimora. ugambienre vasto, ed esposto a nord, come richiedono le regole, dotato di un forno a cupola con una doppia cuciniera a legna con gli spazi scaldavivande, mentre al centro troneggia un ampio tavolo. Un mobile a scansie contiene le stoviglie mentre uno spazio adiacente - la contro-cucina - fa da dispensa per le provviste: dalla contro-cucina si accede alla cantina, dotata anche di ghiacciaia. Attraverso un corridoio si arriva dalla cucina alla sala da pranzo, esposta a sud, con le finestre che danno sul mare; nell'ambiente che precede la sala è collocata una grande credenza con al centro la vetrina per le delicatezze e sui lati il servizio da tavola signorile.

Dopo aver verificato la salubrità degli ambienti e la funzionalità degli utensili di cucina, il "monsù” si appresta a fare la spesa per rifornire la dipensa: in tal modo gli autori offrono al lettore un colorito panorama delle botteghe ottocentesche napoletane . La “bottega dei generi diversi" si occupava dello spaccio di vino e olio d'oliva ma vendeva di tutto ed era una sorta di ricco e disordinato insieme di odori, profumi e sapori. Grandi sacchi di legumi secchi (fave, ceci, lenticchie) e recipienti di legno o di cartone, colmi di farina, riso e zucchero, ognuno con l'apposita assola per il dosaggio permettevano di servirsi da sé; vi si trovavano anche pasta, olive e prodotti per la pulizia, dal sapone in scaglie alla pietra pomice. L'enorme banco in legno al centro del locale era lo spazio preposto alla vendita, dotato di una bilancia e di pile di fogli di carta per confezionare la merce. Nella "bottega dei coloniali" i potevano comprare tutte le spezie (cannella, vaniglia, chiodi di garofano) mentre il "beccaio" forniva carni ovine e suine di coniglio e pollame (poco. frequenti le carni bovine e la cacciagione. Dal salumiere si trovavano salumi e pro ciutti ma anche formaggi di latte vaccino, conserve sottolio e sottaceto nonché burro e uova.

L'estate era per Leopardi la stagione del gelato: egli amava in particolare quello al latte e miele, delicata preparazione che prevede di far sciogliere il miele (preferibilmente di corbezzolo) nel latte, con aggiunta di panna, prima di raggiungere il gelo. La parte grassa addizionata a quella dolce conferisce al gelato una dimensione vellutata, come una carezza voluttuosa sul palato, dal che si deduce la golosità del poeta marchigiano. Per l'autunno il poeta si trasferisce nuovamente a Torre del Greco, dove l'aria è più mite, grazie alla vicinanza al mare: qui Leopardi, nelle passeggiate lungo le pendici del vulcano, scopre le mele annurche, la cui raccolta è a novembre. Conqueste mele il "rnonsù" prepara quisite frittelle per la colazione, da gu tare con una tazza di latte caldo. Nel periodo autunnale Leopardi copre anche il mare e la febbrile attività dei pescatori: celebri i cefali che Pasquale cucina in tegame, alla cacciatora, con olio, aglio e ramerino, a fuoco lento e bagnati con un goccio di Lacryma Christi bianco. L'incontro con il frate enologo dell'abbazia di Carnaldoli consentirà al poeta di visitare le vigne in cui si coltivavano le uve per realizzare questo vino, nonché le cantine in cui fervevano, dato il periodo autunnale, le attività di vendemmia. Il periodo invernale lo trascorre invece in città: il Natale porta con sé una molteplicità di tradizioni ga tronomiche. Protagonista del cenone natalizio è il pesce dallo scammaro di mare una sorta di ciambellone composto con linguine capperi, olive, acciughe, gamberetti e calamaretti conditi con aglio, olio, prezzemolo e peperoncino, al fritto di baccalà, al cefalo fritto e in tegame, al pasticcio di pastafrolla baccalà e scarola. II pranzo del 25 dicembre inizia invece con una mine tra di grasso, poi brodo di cappone, tagliolini, cappone farcito in tegame e insalata di rinforzo. Il giorno di Santo Stefano si mangia un piatto unico: il manfredo con la ricotta (oggi noto come le mafaldìne) e il sugo di carne. Da ricordare che, fino all'Epifania a ogni pasto si aggiungono tutte le pietanze rimaste dalle precedenti festività.
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