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01 ottobre 2009 | Permalink
Quando il giornalismo si fa community
di Fausto Lupetti

Killer business model, cosi lo chiamano i profeti di quel marketing che sta prendendo il potere su internet (ipotesi suggestiva ma non del tutto improbabile). Dopo l’ecommerce ecco dunque che circola un’altra parola magica e non sconosciuta: community è la nuova miniera d’oro per la creazione di valore. Una signora danese Lisbeth Knudsen che dirige un importante gruppo editoriale Det Berlingske Officin dice: “I nostri giornali in quanto prodotti in sé, autonomi non avranno più futuro se non saranno capaci di creare dei legami con delle community. Non ci si può più accontentare di produrre contenuti, ma bisogna diventare mediatori e animatori di comunità sul web”. Dunque i giornali perdono non solo come media ma anche in autorevolezza e influenza. La tecnologia non basta per spiegarne la crisi bisogna che gli editori si inventino nuovi contenuti, interattivi, partecipativi, comunitari.

“Siamo in una fase di transizione tra un modello autoritario dove l’informazione calava dall’alto e un modello partecipativo” dice Nikesh Arora, vice-presidente di Google inglese. Ma questo non riguarda solo la carta stampata è ancor più evidente il limite di una informazione televisiva calata dall’altro che rende gli spettatori passivi. E il secondo passo-sosteniamo noi- sarà l’attacco iconoclasta di internet alla televisione al mondo e alla cultura dell’ immagine subita e manipolata.

Dunque la sola aggregazione possibile in questo universo orizzontale internettiano è la community. Ma non si tratta di comunità sociali di tipo religioso, etnico o riferite a classi sociali la cui coesione appartiene alle culture della identità religiosa, tradizione o dell’emancipazione politica. Non sono neppure comunità locali e territoriali con buona pace del neo tribalismo politico. Qui si tratta si comunità reticolari composte da individui senza radici e prevalentemente metropolitani, fatte ad hoc, con un centro di interesse comune, un hobby, una credenza, una professione, sono reti sociali fluide e disseminate si può entrare facilmente come uscire con un clic, poco compromettenti, chi vi partecipa non è interamente coinvolto, né per molto tempo, si fa del surf, non si deve niente a nessuno. “Nella comunità reticolare la cultura non viene più acquisita come prodotto di una storia, ma continuamente riformulata da soggetti che possono liberamente reinventarsi e tutto reinventare” (Bernard Poulet, La fin des journaux et l’avenir de l’information, Le Débat- Gallimard. 2009)

Dove si trova allora il valore e dove si troverà domani secondo il killer business model? “Nell’informazione o nella condivisione di questa informazione attraverso una rete sociale? Tutto fa credere che il valore attivo maggiore sarà nella condivisione e discussione e interpretazione di questa informazione. È una nuova frontiera. Le comunità reticolari vogliono monetizzare l’intimità e l’amicizia mentre Google monetizza il contesto.Il social network conosce molto meglio i suoi utenti ( gusti, centri di interesse, abitudini, potere d’acquisto, famiglia, amici …) di come un qualunque giornale possa conoscere i suoi più affezionati lettori. Nessun medium può disporre di altrettante informazioni, come una rete sociale” dice Tarek Krim, fondatore di Netvibes : “Immaginate due sale. Nella prima le persone subiscono passivamente l’informazione, in modo individuale, silenzioso, non sempre attento; nella seconda le persone si parlano, si guardano, si consigliano, moltiplicano le interazioni. È evidente che gli inserzionisti pubblicitari vogliano essere presenti nella seconda sala”. E nella seconda sala ci sono le community.
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