Per Claudio Meldolesi che fu mio compagno a Milano nel ‘68 la sola immagine di esimio professore e preside del DAMS Accademico dei Lincei forse è riduttiva e sta un po’ stretta.
Sono convinto che un ricordo di Claudio come rivoluzionario sia doveroso: perché lo spirito del ’68 gli appartiene. E, appartenendogli, è entrato in maniera più o meno esplicita nella sue opere, che sono in gran parte dedicate a utopisti, a proletari, ad artisti irregolari, alle zone inquiete e marginali del teatro.
Il suo ’68 è una dimensione della ricerca e delle conoscenza, una realtà interiore che, non essendo soggetta ai riflussi dell’impegno politico e al decadere dell’idealità civile, ha potuto proliferare negli anni, diventando metodo di analisi e rapporto con il teatrale.
Il personale “decentramento” di Meldolesi ha coinvolto comici dimenticati come gli Sticotti, un iniziatore caduto nell’ombra come Gustavo Modena. Con gli scritti, con la didattica universitaria, con le collaborazioni e le azioni di sostegno, Meldolesi ha compiuto piccole rivoluzioni che hanno dato straordinari frutti teatrali. In parte, adattava ai tempi la grande spinta della pedagogica novecentesco; però, chi l’ha conosciuto negli anni del maggior impegno politico, riconosce in questa sua pedagogia di intellettuale militante e formatore, uno strumento di giustizia, che, almeno nella «micro-società» del teatro (come egli stesso, con fortunata definizione, aveva chiamato le comiche compagnie) rimettesse le cose a posto. E cioè illuminasse gli ultimi, capisse gli irregolari, trascinasse al centro la periferia del teatro.
Claudio Meldolesi fa parte di quella generazione che ha cercato di dare l’assalto al cielo. Per anni ha scelto di vivere in modo modesto insieme e vicino ai lavoratori nelle fabbriche di Milano, pur essendo già padre, professore e noto studioso di teatro.
Ha scritto, sul posto, della occupazione degli operai francesi della fabbrica di orologi Lip di Besançon.
Si dice che il suo tratto era gentile. Sì, ma forse è più vicino al vero dire che Claudio Meldolesi il valore della democrazia, e quello che sta scritto nella Costituzione, lo aveva nell’anima e nella mente, sempre.
Ecco perché il metodo democratico - che appariva come gentilezza - per lui era prassi di vita quotidiana.
Fausto Lupetti
(Pubblicato il 16 settembre 2009 da La Repubblica-Bologna)
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