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01 agosto 2009 | Permalink
Murdoch e Berlusconi.
L’editore che fa politica e il politico che fa l’editore, la vera ragione del conflitto.

La notizia c’è ed è questa: sappiamo per certo che gli sherpa sono al lavoro, avanti e indietro. L’incontro tra i due tycoon va preparato perché l’intesa è possibile. L’affinità ideologica c’è ma potrebbe non bastare. Parliamo di Murdoch e Berlusconi. Dopo il siluro dell’Iva del 20 % per gli abbonati Sky c’è oggi TivùSat (società fra concorrenti partecipata da Rai al 48,25%, Mediaset al 48,25% e T.I.Media-TV7 al 3,5%) alleanza nata per contrastare il monopolio del satellite della piattaforma Sky. che dal 1° agosto la priverà delle sei reti satellitari di Raisat. A questo si aggiunge anche l'Iptv di Fastweb-Mediaset che offre cinema e calcio con la serie A. Mediaset in passato si era ritirata da Stream e Tele+ quando era in stato fallimentare e Murdoch con massicci investimenti in soli sei anni ha creato un mercato innovativo e dinamico che ha superato nell’impostazione concettuale e strategica la tv generalista. E ci ritorna adesso che inizia a rendere. Quanto basta e avanza per far arrabbiare l’australiano e disegnare nuovi scenari per la Tv di domani che sarà parliamoci chiaro solo pay. Un esempio? Amazon, la prima libreria del mondo, si sta alleando con TiVo che conta 4 milioni di utenti negli Usa (è un sistema di videoregistrazione “intelligente” che individua le preferenze del telespettatore analizzando ciò che ha guardato e su tale base propone per la settimana successiva una serie di programmi, tra tutti quelli diffusi su cavo o satellite), in tal modo gli abbonati potranno comprare on line i programmi che rispondono ai loro gusti. Questo per dare l’idea delle potenzialità della pay verso una Tv individualizzata. Mediaset ha dunque la necessità assoluta di entrare nella pay unico mercato possibile del futuro televisivo anche perchè Sky Italia, nel 2008 ha fatturato 2.640 milioni di euro scavalcando per la prima volta Rti di Mediaset a quota 2.531 milioni di euro.

Il problema non è un accordo tra i due sulla spartizione del mercato ma sulle regole future che avrà questo mercato e fra queste la regola non scritta che “non si deve fare uso privato del potere politico.” Su questo o c’è reciproca convinzione e accordo o c’è scontro e tentativo di reciproca rimozione tra Berlusconi e Murdoch. Da qui lo scontro in atto. Attenzione però nel guardare solo al Times di Murdoch per quanto riguarda gli attacchi politici a Berlusconi, il quotidiano londinese è affiancato da The Economist, nella cui proprietà è presente la Rothschild banking family of England, e da The Guardian, organo non ufficiale dei laburisti di varie obbedienze, che collabora con The Washington Post e Le Monde. Quindi la sola figura di Rupert Murdoch mal si concilia con quella dell’unico mandante delle aggressioni mediatiche a Silvio Berlusconi, in Europa altri leader e partiti hannoun motivo squisitamente politico di non gradire “il politico che fa l’editore” ed è quello che potrebbe espandersi in Europa come personaggio o come modello.

Con l’amico giornalista A.Z abbiamo discusso della vicenda Belusconi-Murdoch e abbiamo pensato che forse era il caso di proporre un ritratto agile e leggibile di Rupert Murdoch e il difficile equilibrio che lo vede destreggiarsi nei meandri della vita politica in tutti i Paesi dove il suo impero è presente. Abbiamo ripercorso pensieri di antiche pubblicazioni come “Re Media” di Glauco Benigni che pubblicai negli anni ’80 aggiornandole ai tempi nostri, ed ecco un ritratto attuale e aggiornato di un uomo molto influente più di quanto si possa pensare.

L’ultrasettantenne Keith Rupert Murdoch è fondatore della News Corporation, la più grande holding mediatico-spettacolare del pianeta che conta 64mila dipendenti nei quattro angoli del mondo, concentrati soprattutto in Oceania, Regno Unito e Stati Uniti dove la holding realizza il 70% del fatturato complessivo che ammontava nel 2008 a circa 30 miliardi di dollari, con un reddito netto di esercizio pari a 5,381 miliardi. Secondo fonti del governo americano citate da Bloomberg lo scorso gennaio, la News Corp avrebbe 152 società nei famosi paradisi fiscali o in Stati dalla fiscalità minima, così come d’altronde fanno 83 delle 100 maggiori aziende americane e innumerevoli altre in tutto il mondo. L’abilità di Murdoch nello sfruttare ogni possibilità offerta dall’articolato, complesso e differenziato sistema finanziario internazionale era già stata osservata nel 1999 dall’Economist che tuttavia ammetteva di non avervi rilevato tracce di frode. Resta da vedere quali saranno le ricadute sulla News Corp del nuovo sistema di regolazione finanziaria internazionale. Per intanto Murdoch deve affrontare la crisi che ha colpito il suo impero i cui profitti nel primo trimestre di quest’anno sono diminuiti del 47%, pari a 755 milioni di dollari: penalizzato soprattutto il settore quotidiani dove gli utili sono crollati da 216 milioni di dollari a 7 milioni, male anche l’advertising scesa in Gran Bretagna del 21%, mettendo in grande difficoltà il Sunday Times. Il settore televisivo non va meglio: i profitti sono precipitati da 419 milioni di dollari a 4 milioni, una contrazione determinata dalla perdita dei diritti del Superbowl e dalla minore pubblicità sulle reti Fox negli Stati Uniti e su Star network in Asia. La crisi ha inciso sull’occupazione, ridotta di 3 mila unità, colpendo soprattutto il personale tecnico, più garantiti sono finora giornalisti e creativi. A fronte di questa situazione Murdoch ha deciso di giocare nuovamente la ricca carta dell’Europa continentale, dopo gli scarsi risultati ottenuti nel passato, e Italia potrebbe diventare la testa di ponte per questa operazione. Mal si concilia però tale disegno con la campagna scatenata dal Times contro Berlusconi, a meno che il tycoon non pensi di ingraziarsi in tal modo coloro che ritiene possano succedergli e favorire la sua strategia imprenditoriale. Peraltro se è vero che Murdoch, anche grazie alla sua rete di relazioni, ha una vibratile sensibilità per i cambiamenti politici che si stanno annunciando nei Paesi dove opera, è anche vero che le sue scelte politiche sono state sempre orientate a un moderato conservatorismo, non lasciandosi mai coinvolgere in operazioni che potevano creare pericolose instabilità, nocive per i propri affari. Esemplare il caso dell’Australia - la terra in cui è nato e ha gettato le basi del suo impero sfidando il potentissimo media tycoon Kerri Parker – dove, dopo aver appoggiato i governi liberal-conservatori, nei primi anni 1970 schierò i propri giornali con il Partito laburista contribuendo alla sua vittoria, ma allorché si rese conto di quanto fosse avventuroso il nuovo esecutivo, gli mosse contro. Scelta opportuna, il premier laburista fu infatti destituito dal Governatore-Generale sir John Kerr, in virtù dei poteri attribuitigli dalla Corona britannica come rappresentante del Commonwealth, primo e unico caso nella storia australiana. Non meno abile la politica di Murdoch in Gran Bretagna dove, sbarcato alla fine degli anni 1960, grazie ai finanziamenti della Commonwealth Bank, il secondo maggiore istituto di credito australiano e allora di proprietà pubblica, acquisì il controllo del The News of the World, il giornale della domenica di maggiore diffusione ( più di tre milioni di copie) , poi del quotidiano The Sun ( tre milioni di copie ). In queste due operazioni si scontrò duramente con un altro tycoon, Robert Maxwell che, non pago di aver creato una holding editoriale di tutto rispetto, era sceso nell’agone politico facendosi eleggere alla Camera dei Comuni nelle fila laburiste. Vittima di un eccesso di protagonismo, nel 1991 cadde misteriosamente in mare dal suo panfilo al largo delle Canarie. A Maxwell – in realtà Ján Ludvik Hoch, povero ebreo di lingua rutena arruolato durante la seconda Guerra mondiale dai servizi britannici – il governo israeliano tributò a Maxwell funerali di Stato. Ben diversa la storia di Murdoch : studia nella prestigiosa scuola privata anglicana Geelong Grammar School, poi in Inghilterra al Worcester College di Oxford, tornato in Australia diventa nel 1953 amministratore delegato della News Limited la società creata dal padre, sir Keith Arthur giornalista e uomo di fiducia del primo ministro australiano durante la prima Guerra mondiale, in tale veste denunciò i responsabili della disastrosa sconfitta anglo-francese a Gallipoli per opera dei turchi. La madre di Rupert, Elisabeth Joly Greene di ricca famiglia di origine ebraica, per le sue munifiche attività filantropiche fu insignita nel 1963 del titolo di Dame Commander dell’Ordine dell’Impero britannico. È con questo pedigree e con il cospicuo finanziamento della Commonwealth Bank,che Murdoch si presenta in Inghilterra, vanificando i pregiudizi dell’establishment albionico verso gli Aussie. Pienamente accettato, diversamente da quanto accadde a Maxwell, può dedicarsi alla costruzione del secondo pilastro del suo impero, acquisendo nel 1981 testate prestigiose come The Times e Sunday Times e lanciandosi nell’avventura della tv via satellite, Sky Television con gravi perdite nei primi anni ma alla fine costringendo il rivale British Satellite Broadcasting ad accettare la fusione alle sue condizioni. Tra il 1980 e i primi anni 1990 i suoi giornali appoggiano in generale i governi conservatori di Margaret Thatcher e di John Major, alla cui vittoria inattesa nel 1992 recano un prezioso contributo. L’implosione del sistema sovietico e le sue ricadute in occidente aprono successivamente la strada al ritorno dei laburisti, il loro leader Tony Blair vittorioso alle elezioni del 1997 intreccia rapporti sempre più stretti con Murdoch. Rapporti che saranno messi alla prova durante la lunga e tormentata crisi irachena, quando Blair potrà contare sull’appoggio dei suoi media, per contrastare l’ostilità della BBC. Allo scoppio del conflitto il tycoon si schiererà con l’asse Blair-Bush, posizione che non gli sarà perdonata dall’intelligencjia progressista soprattutto degli Stati Uniti, dove Murdoch a partire dal 1973 ha costruito il terzo, più imponente pilastro del suo impero che comprende stampa, editoria, reti tv via cavo e satellitari con le quali, soprattutto con la Fox News Channel, fa concorrenza alla CNN di Ted Turner. Acquisita nel 1985 la cittadinanza americana, precondizione per possedere stazioni tv, Murdoch presta crescente attenzione al quadro politico statunitense, ma è refrattario alle seduzioni liberal. Nel 1998 aderisce al Cato Institute, un think tank “libertariano” fondato nel 1977 per promuovere il liberalismo economico, ma anche la libertà dei costumi e il pacifismo, e ne diventa un attivo sostenitore. Nello stesso anno è nominato Cavaliere di Gran Croce di I Classe dell’Ordine Equestre Pontificio di San Gregorio Magno per i suoi meriti filantropici. Onorificenza prestigiosa soprattutto perche viene conferita quasi sempre a personalità cattoliche, l’anglicano Murdoch rappresenta una delle rarissime eccezioni. Nel 2000 a conferma della sua freddezza verso i “progressisti”, il New York Post, uno dei più antichi quotidiani americani fondato nel 1801 da Alexander Hamilton e proprietà della News Corp dal 1993, si schiera nel 2000 contro la rielezione al Senato di Hillary Clinton. Nel 2008 contrariamente a voci che volevano Murdoch vicino ai Democratici, contribuisce alla campagna di McCain, e mantiene un atteggiamento di riserva verso Barack Obama, giudicato una sorta di “star rock”, limitandosi a suggerire alla Fox News Channel di fornire un immagine più positiva, di quanto non aveva fatto fino ad allora, del candidato democratico.
Rupert Murdoch dunque è un editore che fa politica. Silvio Berlusconi è un politico che fa l’editore. E questo fa sì che la partita inizi uno a zero a favore di Berlusconi.
Rupert Murdoch opera sullo scacchiere planetario dei media e della politica. Silvio Berlusconi su quello italiano dei media e della politica. E questo fa si che la partita inizi uno a zero a favore di Murdoch.
Ma c’è il mercato, certo, ma non ha il potere di dettare nessuna regola.

- Bruce Page, The Murdoch Archipelago, Simon & Schuster, UK , 2003
- Michael Wolff, The Man Who Owns the News. Inside the Secret World of Rupert Murdoch, Broadway Book, New York 2008

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