Le stade Dubaï du capitalisme, ed. Les Prairies ordinaires, Paris 2008
comprende due parti: la traduzione del testo dell’americano Mark Davis e l’intervento del francese François Cusset intitolato Questions pour un retour de Dubaï .
Dubai vecchio villaggio di pescatori, ma anche rifugio di pirati, contrabbandieri e trafficanti d’oro, è diventato in meno di 20 anni una metropoli di livello mondiale, con 600 grattacieli, tra cui quello più alto del mondo, decine di immensi centri commerciali che si prevede accoglieranno nel 2010, oltre 15 milioni di visitatori stranieri, tre volte di più di quelli di New York. L’obiettivo è quello di far diventare Dubai il super-paradiso del consumismo per il Medio Oriente e il Sudest asiatico, un “mercato interno” di 1,6 miliardi di clienti. Già oggi ogni, per un mese a partire dal 12 gennaio, si svolge il Festival dello Shopping che attira almeno 4 milioni di consumatori dal reddito elevato. Dubai potrebbe rappresentare uno stadio nuovo dell’ipercapitalismo, ancora sconosciuto in Europa: un sistema più ludico, generalizzando il settore del divertimento e quello del consumismo, ma anche più violento, con uno sfruttamento schiavistico della manodopera che giunge da tutta l’Asia, e una “politica della paura” alimentata dai conflitti che si svolgono sull’altro versante del Golfo persico. Una società senza classe media e vita sociale, Dubai rappresenta secondo Cusset “il risultato e il progetto dell’attuale modo di produzione (…) In tutti i suoi aspetti, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto del divertimento , Dubai è il modello esistente della vita socialmente dominante”. |